Ti va
di pagare? (2006)
Titolo
originale: Hors de prix
Regia:
Pierre Salvadori
Con:
Audrey Tatou, Gad Elmaleh, Marie-Christine Adam
Voto:
7,5
La
vita, si sa, spesso corre incanalata su binari consueti di routine e abitudini,
ancorata a valori fissi e a discipline ferree. Poi, come in una novella di
Pirandello, basta accorgersi di un piccolo particolare “esterno” (come sentire
che il treno ha fischiato) e la folle
fuga, il salto senza rete nel vuoto, diventa non più un azzardo ma una
necessità, l’unico scampo al fluire mortifero di un’esistenza senza più
sbocchi. Capita più o meno questo al bravissimo e diligentissimo cameriere di
un albergo extralusso della Costa Azzurra in Ti va di pagare?: conosce una ragazza, e non una ragazza qualsiasi
ma forse la più bella che abbia mai incontrato, probabilmente la ragazza che
aveva sempre sognato, e – senza neanche pensarci troppo – capisce che è l’ora
di lasciare tutto per lei, e
rovinarsi. Già, perché lei non solo è bellissima, ma è anche abituata ad
accompagnarsi ad uomini ricchissimi per spolparli ben bene facendosi sommergere
di regali costosissimi e cotillon di
valore incommensurabile. E lui è disposto a rovinarsi per lei – e la parte del
film in cui spende tutto pur di assecondare i di lei capricci ha un che di non
dico toccante ma comunque teneramente triste. E, una volta che si è rovinato,
ad inventarsi di tutto per continuare a starle vicino: magari, prendendo spunto proprio
da ciò che lei fa abitualmente, a trasformarsi addirittura in gigolò…
Ti va di pagare? è una commedia
francese che certo non ambisce ad essere studiata nelle scuole di cinema, né a
passare alla storia come capolavoro assoluto. Tuttavia funziona assai bene in
virtù dell’estremo equilibrio con cui ne vengono dosati gli elementi, in modo
che il film risulti dolce ma non sdolcinato, romantico ma non strappalacrime,
divertente ma non triviale. Si gioca molto sul dualismo tra “vero amore” e
“amore mercenario” (diciamo così sperando che il termine non risulti equivoco),
ma anche su quello tra “ricchi” e “poveri” (possibile che non siamo ancora
riusciti a creare una società in cui non ci sia chi si sbatte per sbarcare il
lunario mentre altri non hanno problemi a sganciare sull’unghia trentamila Euro
per un orologio?): c’è veramente qualcosa di meschino nel modo in cui i personaggi
ricchi di questo film “posseggono” i poveri a suon di assegni e cadeaux di gran valore, ma anche
qualcosa di machiavellico nel cinismo con cui la mantenuta d’alto bordo e il
novello gigolò si lasciano possedere trasformando l’amore (o meglio ciò che ne resta)
in una sorta di lavoro molto remunerativo.
Ed allora il finale – cerco di non anticipare nulla, ma di fatto si tratta di uno scioglimento inevitabile, visto come si svolge il film – prevede una sorta di rivincita a tutto campo, non solo dell’amore “vero” che sconfigge quello “a pagamento” (seppur con qualche riserva, visto che, in una sorta di sintesi idealista, l’unico amore “gratis” del film è quello tra la mantenuta e il gigolò) ma anche degli “ultimi” (oggi li chiameremmo precari) che vanno alla riscossa a discapito dell’altissima borghesia, in una conclusione che ha un che di una lotta (vinta più con le cattive che con le buone) di classe. Insomma, è una favoletta, ma con qualche momento veramente ottimo, godibile nel suo complesso, recitata con maestria e disinvoltura (la Tatou, oltre ad essere incantevole, sembra molto a suo agio nel ruolo), diretta con ritmo e con attenzione alla fotografia (scorci e luci della Costa Azzurra hanno un loro fascino). Il cinismo domina il film ma viene sconfitto dai buoni sentimenti in una pellicola spregiudicata ma al tempo stesso garbata.
Gad Elmaleh e Audrey Tatou in una scena del film
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