Il
cigno nero (2010)
Titolo
originale: Black Swan
Regia:
Darren Aronofsky
Con:
Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis
1 Premio Oscar 2011
(Migliore attrice protagonista – Natalie Portman), 1 Golden Globe2011 (Migliore attrice protagonista di film drammatico
– Natalie Portman)
Voto:
8,5
È
significativo che la passata stagione cinematografica abbia portato nelle
nostre sale a distanza di breve tempo tre film – e tutti di primo piano – che
indagano sulla crisi dell’essere umano (un tempo avremmo detto dell’io) di
fronte alle proprie responsabilità. Più o meno un secolo scorso, i romanzi e i
racconti del decadentismo indagavano l’inettitudine dell’io, immerso solo e
impotente in una società ostile e complicata (si pensi a Svevo o Pirandello); oggi
è il cinema ad interrogarsi su tematiche simili. È una cosa interessante: siamo
nell’era dell’apparire ad ogni costo, del mostrarsi sempre a prescindere dalle
proprie effettive qualità, della ricerca indefessa dei riflettori e del centro
del palco, eppure – come abbiamo visto anche nel romanzo di Johan Harstad Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? – di
pari passo a questa tendenza scattano poi il senso di inadeguatezza, la paura,
la volontà di scappare e in casi estremi addirittura la follia. L’inettitudine
dell’io, appunto. In Il discorso del re (di
Tom Hooper) e Habemus Papam (di Nanni
Moretti) le figure colte da crisi esistenziali nel momento di assumere le
importanti responsabilità connesso al proprio ruolo sono addirittura un re di
Inghilterra e un Papa. In Il cigno nero
si scende di livello, ma nemmeno troppo, e al centro della crisi finisce una
ballerina che per la prima volta si cimenta con un ruolo centrale, quello della
protagonista di Il lago dei cigni (il
celebre balletto di Pyotr Ilyich Ciajkovskij) in quello che si capisce essere
uno dei più importanti teatri di New York.
La
crisi di Nina, la ballerina di Il cigno nero,
non è però lo smarrimento di chi si sente inadatto ad un ruolo di prestigio e
responsabilità, no, è pure peggio: è la testa che cede di schianto di fronte
alla tremenda pressione che deriva quando si è chiamati ad affrontare
un’occasione che può cambiare la vita ma che bisogna sapere cogliere al volo.
Mi sembrano a tal proposito poco sensate le critiche di chi sostiene che il
film demonizzi troppo il mondo della danza, descritto come popolato da cinici
arrivisti e detestabili primedonne: un po’ come Nanni Moretti fa con il
Vaticano, mi pare che anche in questo caso il regista utilizzi il contesto in
cui è ambientata la sua pellicola in modo esemplare,
nel senso che la specifica vicenda narrata gli serve per descrivere più in
generale una reazione umana di fronte al tipo di problema rappresentato. Danza,
teatro, musica o altro ancora che siano – del resto Darren Aronofsky non è
nuovo a indagini su personaggi dello spettacolo un tantino estremi, si pensi a The wrestler – non ha poi molta
importanza, conta più che altro la fragilità umana di fronte alle proprie alte
responsabilità.
Ma,
come già detto, non c’è disimpegno nella ballerina di Aronofsky, che anzi
combatte col coltello tra i denti per tenersi stretta l’opportunità che le è
data: il problema è la difficile “tenuta mentale” che deriva dall’enorme
tensione che l’impegno da affrontare genera in lei (coadiuvata anche da una
situazione familiare particolare). La follia del genio non è tema inedito al
cinema americano, si pensi ad A beautiful
mind (celebre film del 2001 di Ron Howard, che si ispira alla storia di uno
che genio lo è davvero, John Nash) in cui la rappresentazione garbata e
commovente. Il cigno nero colpisce
viceversa per la durezza della messa in scena. In Italia il film è vietato ai
minori di 14 anni e, considerate alcune scene piuttosto forti, mi sembra che il
divieto ci possa stare tutto; del resto, sta proprio nella messa in scena il
grande pregio del film. Aronofsky è bravissimo a rappresentare la progressiva
follia di Nina giocando molto sulla scissione della sua personalità, in una
schizofrenia – parallela al bifrontismo del personaggio di Odette/Odile del
lavoro di Ciajkovskij – tra “cigno bianco” (la Nina dolce e un po’ repressa
così come appare ad inizio film) e il “cigno nero” (la Nina sensuale e
disinibita che il direttore della compagnia cerca di far venire a galla). Il
tutto viene calato in un montaggio serrato e claustrofobico che ipnotizza e
disorienta lo spettatore. Il film incalza e disorienta, l’abisso di follia che
si spalanca sotto i piedi a punta di Nina invade la pellicola in un crescendo
che dà forza e spessore al film. Ma non basta un ottimo montaggio per fare un
buon film, servono anche ottimi attori. E Aronofsky li trova anzitutto in una
Natalie Portman da Oscar (vinto e meritato), ma anche in un “piacionissimo”
Vincent Cassel, un po’ stereotipato e fors’anche un po’ forzato, ma di certo
azzeccato per la parte e assolutamente a suo agio nel ruolo.
Non
è insomma un film leggero e romantico da andare a vedere la prima volta che si
esce con una nuova fidanzata; si tratta tuttavia di un film abbastanza duro in
grado di affascinare e coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Natalie Portman (in primo piano e nell'inquietante specchio) in una scena del film
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